Allontanandomi a piedi dalla pista di atterraggio stentavo a credere ai miei occhi. Una pioggia scrosciante aveva iniziato ad abbattersi sin dalle prime fasi della manovra di atterraggio a Longyearbyen, Svalbard. Ero quasi certo che le gocce si sarebbero dissipate o solidificate prima di toccare terra. Non sapevo ancora che la pioggia avrebbe accompagnato imperterrita e sprezzante il mio intero soggiorno. Longyearbyen, la zona abitata più settentrionale del pianeta, stava registrando un insolito rialzo delle temperature, senza precedenti in questa fase avanzata dell’anno. Pioveva nonostante l’inverno artico alle porte. Nessuno se lo sarebbe mai aspettato, io tanto meno.

Quattro volte all’anno, confezioni sigillate di semi sottovuoto vengono spedite da ogni angolo del pianeta su un’isola artica in cima al pianeta. Al loro arrivo nell’arcipelago delle Svalbard, questi campioni vengono ritirati da un gruppo di scienziati che li stoccano in profondità nel permafrost, all’interno di una struttura meglio nota con il nome di Svalbard Global Seed Vault. 

A Svalbard ci ero andato con un preciso obiettivo: realizzare un fotolibro sullo Svalbard Global Seed Vault, sul suo contributo alla conservazione della biodiversità e sul suo ruolo nel paesaggio artico che lo ospita. Il Global Seed Vault, per chi non lo sapesse, è un bunker isolato dove sono custoditi centinaia di migliaia di semi da tutto il mondo. È un grande centro di stoccaggio sostenuto da oltre 120 paesi che hanno ravvisato l’utilità di un caveau globale per preservare le nostre colture in caso di danno ambientale ed estinzione. Uno dei gruppi che gestisce la struttura, il Nordic Genetic Resource Center, mi aveva invitato a lanciarmi in questa impresa fotografica.

Al momento della sua creazione, quasi 10 anni fa, il centro aveva una missione: «[Il deposito] è una struttura di stoccaggio di semi a prova di guasto, costruita per resistere alla prova del tempo – a catastrofi naturali o alla distruzione per mano dell’uomo». Ciò che avvenne in seguito è emblematico del paradosso di cotanta ambizione, e il fatto mi ha perseguitato fino agli ultimi istanti del mio viaggio.

Mentre la pioggia passava da nevischio a grandine prima di tornare allo stato liquido, ebbi tempo di sistemarmi e di iniziare ad ambientarmi nel mio nuovo alloggio a Longyearbyen. Il villaggio conta non più di 2000 anime, impossibile confondermi tra i locali. Ero determinato ad adattarmi velocemente al clima, agli orari e alle consuetudini della vita artica. L’elenco delle mie «regole artiche di sopravvivenza» recitava:

  • Mai allontanarsi dal centro del paese senza una pistola e un cane (sull’isola il rapporto tra orsi polari e uomo è di 3:2!)
  • Non ha senso consultare le previsioni meteorologiche visto che le Svalbard si collocano in un punto di intersezione dei sistemi climatici. Nella rara ipotesi di previsioni corrette, state pur certi che per voi non cambierebbe nulla perché le ignorereste comunque e vi organizzereste diversamente.
  • Quando il sole tramonta sperate che la vostra lampada frontale sia ben carica.
  • Poiché i generi alimentari e i prodotti di primo consumo devono essere importati dalla Norvegia continentale, articoli come gli alcolici sono razionati. Non dimenticate quindi la vostra tessera per gli alcolici quando andate a fare compere!

Non mi sarei avvicinato al deposito per almeno un paio di giorni dopo il mio arrivo, e così avevo tutto il tempo per interiorizzare queste regole e molto altro ancora. Philipp, la mia guida escursionistica, è tra le persone che mi hanno aiutato di più (elargendo preziosi consigli, tanto per cominciare). Aveva appena fondato una società che organizza spedizioni con cani da slitta, la Polardogs Svalbard. Basta guardarmi per capire che non sono né un pistolero né un cacciatore ma fortunatamente Philipp è venuto con me ovunque avessi bisogno di andare fuori paese.

Non avevo idea di cosa aspettarmi mentre preparavo i bagagli per questo viaggio ma sapevo che dovevo portare con me solo cose resistenti e pronte a sfidare il clima freddo e ostile delle Svalbard, per quando mi sarei spinto a esplorare le catene montuose circostanti. Grazie al buon cuore del team Freitag, ho ottenuto borse e accessori da viaggio appositamente concepiti per resistere a neve, pioggia e percorsi accidentati. Vista la mia missione, ci tenevo molto a usare prodotti parimenti creati nell’ottica della conservazione ambientale e del riciclaggio di tutte le risorse disponibili. E, credetemi, io e Philipp li abbiamo messi duramente alla prova!

Dopo pochi giorni dal mio arrivo mi ritrovai in cima alle montagne artiche, seduto accanto a Philipp e a uno dei suoi cani husky, sorseggiando una tazza di tè e non pensando a niente se non al panorama davanti a me. Non c’era anima viva oltre a noi. Col senno di poi, stento a credere quanto fosse drastico il cambio di vita che stavo sperimentando in quel momento; era tutto così travolgente e improvviso che non penso di essermi reso pienamente conto dell’eccezionalità dell’evento. Solo una settimana prima inseguivo freneticamente il mio treno mattutino per Chicago, lamentandomi di non avere mai abbastanza tempo per fare tutto ciò che avevo in mente.

«Ora ero lontano anni luce dalle preoccupazioni che ci assillano ogni giorno.»

Finalmente venne il giorno in cui vidi il deposito per la prima volta. Tra un po’ di fuori strada e una salita in montagna con le quattro ruote motrici, ecco apparire in lontananza l’ingresso del centro. Penetravo a fatica la cortina di pioggia con lo sguardo, e finalmente eccolo: incastonato nel versante della montagna proprio come nei romanzi. Ma sentii subito che qualcosa non andava; avvertii quella sensazione nello stomaco ancora prima di avvicinarci.

Figure chiuse in uniformi arancioni si muovevano alacremente dalle porte d’ingresso giù per lo stretto vicolo di accesso. Ci avvertivano di fare marcia indietro, scontrandosi inesorabilmente contro una barriera linguistica, visto che né io né Philipp conoscevamo il norvegese ed era ormai chiaro che fossimo di fronte a funzionari del governo del paese scandinavo. Il mio contatto del Genetic Resource Center non era ancora arrivato a Longyearbyen e non c’era nessuno che potesse aiutarci ad aggirare questo rigore burocratico. Più tardi, al nostro rientro al villaggio e interrogando la gente del posto, avremmo scoperto che l’accumulo di acqua piovana, ghiaccio e neve disciolti aveva provocato delle infiltrazioni dal tunnel d’ingresso fino alle stanze di stoccaggio dei semi; il deposito era stato chiuso per il necessario sopralluogo di accertamento del danno. Era la prima volta dalla sua inaugurazione che il deposito veniva danneggiato.

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Ci misi un po’ a rendermi conto di essere capitato nell’arcipelago in un momento storico per quel luogo. La triste verità emerse discutendo con Philipp. «Al di là del tuo disagio personale, puoi vedere con i tuoi occhi quanto questo angolo di mondo sia in pericolo. Doveva essere un deposito a prova di Giudizio universale, protetto dagli elementi, addirittura da catastrofi nucleari». E aveva ragione! La struttura è stata costruita come deposito globale per preservare la biodiversità delle colture. Il deposito dovrebbe resistere all’usura, alla forza degli elementi, alla distruzione per mano dell’uomo. E ora, a causa di un’insolita combinazione di circostanze meteorologiche non propriamente considerata (semplicemente perché mai verificatasi in passato) era danneggiata. Se questa cassaforte a prova di guasto nelle montagne dell’Artico non è pronta a sfidare i capricci del clima, come pretendiamo che lo sia il resto del mondo? Il paradosso del Global Seed Vault danneggiato dal riscaldamento globale è troppo reale per essere ignorato.

Ho trascorso ore a osservare, accerchiare e cercare un compromesso con il deposito mentre caricavo immagini sulle schede di memoria del mio dispositivo fotografico. Immagini che in buona parte trasmettono l’idea di deturpazione del paesaggio. La mia proposta iniziale ruotava attorno alla dicotomia tra deturpazione e preservazione, indagando il ruolo del deposito come database per rimediare ai danni che potrebbero mettere a rischio le colture in futuro. Senza più alcuna speranza di poter scattare foto all’interno, ho lavorato a nuovi modi per rappresentare il paesaggio ferito e le difficoltà di proteggerlo in futuro.

Il miglior modo per reagire allo scoraggiante divieto di entrare nel deposito era fare un passo indietro e considerare gli altri posti che potevo visitare, le persone che avevo la fortuna di incontrare e i contatti che intendo conservare e coltivare nel tempo. Inutile dirlo, visto il cambio di programma a cui siamo stati costretti io e altri artisti e ricercatori, sto già pensando a nuovi modi e nuovi formati per raccontare una storia sul deposito nei miei prossimi libri.

Anche se mi sto ancora spremendo le meningi per strutturare un libro sul Seed Vault e il suo rapporto con l’ambiente, ho iniziato a sperimentare alcuni accostamenti di immagini. Il primo esperimento sta prendendo forma in una sequenza a fisarmonica di 12 immagini che viaggia dentro e fuori, dalle porte di ingresso del deposito alla regione delle Svalbard. Il punto non è tanto dove un’immagine si colloca rispetto alle altre, quanto piuttosto la varietà cromatica, l’anima e l’eco della regione che ospita il deposito.

Ritrovarmi ogni volta a spiegare come mai mi fossi recato sulla vetta del mondo senza essere mai riuscito ad accedere al deposito è stato estenuante. Ero però tornato con una storia straordinaria: una storia che spero sia sufficientemente buona per giocarmi un’altra chance di ottenere un finanziamento ancora maggiore per tornare sul posto un giorno o l’altro.

Vi invito a leggere altre avventure